Il convento di Santa Maria del Pianto a Campotenese tra storia, tradizione e leggenda

Sul finire di un giorno non meglio precisato del 1532, una delegazione di frati guidata da Ludovico da Reggio e diretta a Roma per perorare la causa cappuccina, giunse in una Campotenese deserta e avvolta dalla neve. La stanchezza, il gelo, la fame, l'assenza di un ricovero per la notte suscitarono lo sconforto dei compagni di Ludovico, frate Angelo da Calanna e padre Francesco da Dipignano.

Ludovico li rincuorò e li esortò a continuare nel cammino confidando nella Divina Provvidenza. Dopo poco essi scorsero un piccolo tugurio di vimini e creta, col tetto in paglia; un vecchio dall'aspetto maestoso si fece loro incontro e li invito a riparar lì, trattandoli con ogni cortesia: lavò loro i piedi con acqua calda, offrì da mangiare e quindi un pagliericcio per dormire.

Al mattino, il vecchio e Ludovico si intrattennero a parlare in disparte, quindi si congedarono con un prolungato abbraccio. Il legame che appariva fra i due, insieme alla tanto cortese ospitalità, aveva colpito profondamente frate Angelo e padre Francesco che ben altra meraviglia attendeva quando, ripartiti, si volsero indietro per un ultimo sguardo e non scorsero del vecchio né della capanna alcun segno. Ludovico sembrava non badare allo stupore e alle domande dei compagni cui solo dopo molte insistenze, fattosi promettere che fin quando egli fosse stato in vita si sarebbe taciuto dell'accaduto, rivelò che il vecchio giunto in loro aiuto era l'Apostolo Pietro.

Il 28 aprile 1537, con la sua morte, padre Francesco e frate Angelo si sentirono sciolti dal vincolo del silenzio e riferirono di quell'evento, che, per la stima della quale godevano e per l'aurea di santità in vita di padre Ludovico, entrò a far parte della tradizione cappuccina.

Il ritratto di Padre Antonio Olivadi fatto eseguire dopo la sua morte per il Convento di Campotenese, da dove passò in Mormanno per esser poi ceduto ai francescani di Cosenza che attualmente lo conservano.

Nel novembre del 1697 un altro cappuccino, padre Antonio da Olivadi, nei continui spostamenti legati alla sua opera di predicazione, attraversava Campotenese giungendo da Mormanno. Per non lasciargli percorrere in solitudine quel piano "rigido omicida di più d’un passaggiero", e per godere ancora un po' della sua parola, lo accompagnava un sèguito di sacerdoti, gentiluomini e popolani mormannesi. Quando uno di essi esclamò "questa o Padre è il tremendo Campotenese, dove ogni anno, dentro a queste nevi trovano i Passaggeri e morte, e sepoltura", Antonio ricordò il viaggio di Ludovico e chiese di essere condotto nel luogo dell'apparizione. Lì, dove era stata eretta una cappelletta ormai diroccata, promise che, concedendogli Dio tempo, forza e modo, avrebbe costruito un ospizio con una Chiesa in onore della Vergine per soccorrere poveri, pellegrini e viandanti.

Terminate le missioni in Mormanno, nel gennaio 1698 padre Antonio rientrò a Cosenza mentre si svolgeva il Capitolo per l'elezione del Padre Provinciale. La scelta, nonostante la sua ritrosia, cadde proprio su di lui che l'accolse come segno della Provvidenza per adempiere la promessa fatta in Campotenese. La prima Domenica dopo la Pasqua, con la partecipazione di grande folla proveniente da Morano e Mormanno, fu benedetta la prima pietra ed eretta una piccola costruzione di tavole che accolse l’altare e la statua della Beata Vergine a cui si diede il titolo di Santa Maria del Pianto.

L’edificazione dell’ospizio e della chiesa cominciarono subito procedendo con celerità. I lavori subirono rallentamenti nel novembre dello stesso anno quando parte dell'ospizio, che era quasi ultimato e già abitato, crollò. Lo stesso padre Antonio avrebbe presagito l'evento e avvertito del pericolo i confratelli incaricandoli di svuotare e lasciare la parte dell'edificio che subì il crollo. Altri episodi portentosi sarebbero accaduti durante la costruzione dell'ospizio e successivamente, con guarigioni di infermi ed esorcismi. La fama del frate richiamava devoti di tutti i ceti sociali dai paesi vicini e da quelli più lontani, della costa ionica e di quella tirrenica. Tra i miracoli riportati, grande eco suscitò il risanamento di una Bernardina Censana di Morano: la donna fu condotta da lui in fin di vita, con una grossa ferita alla gola inflittale dal marito con una roncola, dopo il suo intervento lo squarcio si richiuse; un altro moranese, Giuseppe Fufarello [?Tufarello], chiese una grazia per il figlio ammalato, ma dopo la guarigione, poiché Giuseppe non adempì completamente al voto fatto, il ragazzo morì.

La statua di Santa Maria del Pianto del Convento che fu portata nella Chiesa di Santa Maria del Colle in Mormanno. La statua fu restaurata, si sostituì il vestito (che ancora si conserva) e il Gesù Bambino che aveva in braccio.

Nel 1701 alla struttura furono assegnati dei religiosi ed essa, sotto la guida di un vicario, padre Pietro da Mormanno, fu posta alle dipendenze del Convento dei Cappuccini di Morano.

Il 22 luglio del 1776 il convento fu riconosciuto ufficialmente come tale e divenne autonomo. Della sua vitalità esistono sporadiche testimonianze di viaggiatori: dal semplice accenno di Henry Winsbourne nel 1778 all'annotazione di Giuseppe Maria Galati nel 1792 sull'obbligo dei frati di suonare la campana in caso di neve per attirare l’attenzione dei viandanti.

Nel marzo del 1806, in occasione della battaglia tra esercito francese e borbonico, il convento fu adibito a comando dell’esercito napoletano e utilizzato come deposito di munizioni. L'imprudenza dei soldati francesi che accesero un fuoco per riscaldarsi causò nella notte del 9 l'esplosione delle polveri e un incendio che lo devastò. Restarono in piedi alcuni muri e parte della chiesa col campanile.

Si prospettò subito l'ipotesi di una riedificazione. Sulla necessità di quel ricovero per i viaggiatori si espresse anche Giuseppe Bonaparte passando da Campotenese l'8 aprile 1806, durante la sua visita in Calabria.

E in effetti l'anno successivo, con la legge del 13 febbraio 1807, che pure sopprimeva i conventi, si disponeva la ricostruzione dell'ospizio di Campotenese. L'intervento atteso però non ci fu.

Il regio ingegnere Alessandro Villacci, incaricato del sopralluogo, espresse parere negativo. Egli scriveva nella sua relazione del 24 ottobre 1817:

Essendomi portato in Campotenese per esaminare lo stato di un albergo sito in quel pian […] Il Medesimo è inutile per le seguenti ragioni: 1) Perché è cadente, poche mura di esso esistono parte delle quali meritano di essere demolite il tutto per la ragione che nell’anno 1816 [sic] le truppe fecero saltare in aria una gran parte dello stesso coll’esplosione di una gran quantità di polvere. 2) Perché tale albergo trovasi distante dalla strada postale poco meno di un miglio, al quale effetto i viandanti andandosi a rifugiare in caso di bisogno li riuscirebbe impossibile; primo che in tempo di polverino non si potrebbe ravvisare; secondo perché tra la strada postale e l’albergo suddetto, vi esistono degli stessi avvallamenti ove raccogliesi una gran quantità di neve che chiunque vorrebbe attraversarla resterebbe soffocato; terzo se si volesse andare a incontrare il bivio dal qual punto parte un sentiero che conduce a tal edificio questo sarebbe difficile a ravvisarsi ed approssimandosi molto alla Colla di Campotenese i venti essendo colà costantemente più impetuosi i viandanti resterebbero facilmente soffocati dal detto polverino [...].

Per ragioni di opportunità dunque si decise di creare in luogo meno interno una nuova struttura, progettata dallo stesso Villacci, ancora riconoscibile, se pur trasformata nel tempo, e a lungo adibita a Casa Cantoniera.

Quando nel 1855 i frati cappuccini rientrarono nel convento di Morano, cercarono di ottenere ciò che ancora restava dell'ospizio e il fondo annesso ma ebbero dal Ministero degli Interni un diniego motivato dall'impossibilità di privare il Comune di Morano della rendita del terreno. Non ebbero miglior fortuna altri tentativi, prima della nuova soppressione del convento fra il 1866 e il 1874 .

Della presenza di quello che fu il Convento-Ospizio di Santa Maria del Pianto di Campotenese, oggi completamente caduto in oblio, rimangono pochi ruderi nascosti nella vegetazione spontanea del luogo che ne tradisce la presenza soltanto nella toponomastica, con l'adiacente montagnola del Timpone del Convento e della fontana dell’Acqua del Convento, completamente rifatta vari anni fa.